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Il lavoro pervasivo – Mamager
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Il lavoro pervasivo

Il lavoro pervasivo

Ovvero l’effetto “Diavolo veste Prada”

Oggi vorrei condividere con voi una riflessione su uno dei miei film preferiti: “il diavolo veste Prada”. Ho letto il libro di Lauren Weisberger prima ancora che uscisse il film (che ho rigorosamente visto in prima fila al cinema), mi fu regalato da mia zia per Natale e mi colpì molto. Era ancora il periodo in cui volevo lavorare nel mondo della moda e di conseguenza sembrava un regalo azzeccassimo anche solo per quello, ma la verità è che mi ha sempre lasciato dentro una domanda: ma perché ce l’hanno tutti con la povera Andy?? 

Breve recap per chi non lo avesse visto: Andy vuole fare la giornalista seria, non le interessa nulla della moda, ma viene assunta da Miranda Priestley (alias: Anne Wintour, storica direttrice di Vogue America), la “virago della moda”, nel posto che “un milione di ragazze ucciderebbe per averlo”. All’inizio lei, il suo fidanzato storico Nate e gli amici di una vita, prendono in giro quel mondo assurdo in cui sembra sempre che si stia operando qualcuno a cuore aperto e si spendono centinaia di migliaia di dollari per cambiare un servizio fotografico che “andava già bene così com’era”, ma poco a poco Andy si fa trascinare nel vortice di un lavoro pervasivo, con dinamiche a tratti malvagie, che non le lascia più spazio per niente, tanto che Nigel, braccio destro di Miranda, finisce per dirle: 

Fammi sapere quando la tua vita va completamente all’aria, vuol dire che è l’ora della promozione!

(Nigel, Il diavolo veste Prada)

E poi… niente spoiler, vale la pena vederlo non fosse altro che per i vestiti ;).

Di nuovo: perché ce l’hanno tutti con Andy??

Ecco questa è stata sempre la domanda che mi ha assillato: ho sempre pensato che alla fine Andy non sta facendo altro che fare estremamente bene il suo lavoro, con etica professionale, cercando sempre di dare il massimo perché lo vede come un investimento sul suo futuro… e quindi, che c’è di male un po’ di sacrificio? Perché nessuno la capisce?

Ecco il dialogo clou con Nate, il suo fidanzato e aspirante chef:

Andy: Il fatto è che non avevo altra scelta, Miranda me lo ha chiesto e io non ho potuto dire di no!

Nate: lo so, lo so, questa è la tua risposta per tutto ultimamente: “Non avevo scelta”. Come se questo lavoro di fosse stato imposto, come se non prendessi tu queste decisioni. 

Andy: Nate lo so, sei arrabbiato perché lavoro sempre fino a tardi e perché non ho festeggiato il tuo compleanno… mi dispiace!

Nate: Oh, ma dai, pensi che abbia 4 anni?

Andy: tu odi Runway e Miranda e pensi che la moda sia stupida, sei stato molto chiaro in questo.

Nate: Andy, io faccio coulis di Porto tutto il giorno, non sono esattamente nei corpi di pace. Guarda, non me ne fregherebbe niente se di notte facessi la ballerina di lap dance, purché lo facessi con un minimo di dignità. Un tempo dicevi che questo era solo un lavoro, prendevi in giro le ragazze di Ranway. Cosa è successo? Adesso sei diventata una di loro!

Andy: ma è assurdo!

Nate: ehi, non c’è problema, va bene così, basta che tu lo ammetta. Almeno possiamo non fingere di avere ancora qualcosa in comune.  

(Il diavolo veste Prada)

Sapete, mi ha colpito cercando in rete le citazioni del film, che nessuno, e dico nessuno, abbia mai inserito questo dialogo, che a mio avviso è il vero cuore del film. Perché la moda in realtà è un escamotage: questa storia poteva essere ambientata nel mondo dello sport, come in quello dell’alta finanza. Il cuore del film non sono le scarpe Jimmy Choo, il mondo luccicante della moda, le sfilate con Valentino, ma è questo dialogo. È la centralità delle scelte che facciamo nella nostra vita che definiscono quello che siamo, a prescindere dalle buone intenzioni. Per questo trovo che sia un film che funziona, perché parla di una tematica cruciale e – specialmente per noi donne – mai tramontata.

Ecco, fino ad oggi sono sempre stata dalla parte di Andy, pensando che tutti gli altri fossero semplicemente incapaci di capire cosa prova una donna quando sbarca nel mondo del lavoro con una fame di arrivare che se la mangia, con il desiderio di fare bene quello che le viene chiesto e di ottenere la giusta gratificazione per i sacrifici fatti, che spesso sono esorbitanti. Oggi per la prima volta, inizio a comprendere il punto di vista di Nate e la cosa incredibile è che questo mi fa volere ancora più bene a “Andy”, che in realtà è ognuna di noi, sono io, quando mi trovo nella sua situazione, ogni giorno. Vorrei abbracciare quella donna, che spesso è anche mamma e moglie, che spesso sono io, in quel momento critico in cui continua a dirsi: “non avevo scelta, non ho scelta!”… E vorrei dirle che non è vero. Sono convinta che uno dei pregi di noi donne sia che, sempre per citare il film, sappiamo guardare al di là di di cosa vogliono le persone, di cosa hanno bisogno, e sappiamo scegliere per noi stesse. Noi sappiamo e dobbiamo scegliere per noi stesse e per le persone che dipendono da noi, siano la nostra famiglia o i nostri collaboratori. Noi abbiamo il dovere di scegliere, di dire sì quando è assolutamente necessario e dei no quando ne abbiamo il diritto.

La nuova Andy

Come fare per diventare la nuova versione di noi stesse? Quella che fa tesoro delle esperienze fatte ed è in grado di dire: adesso basta? C’è una scena molto divertente di un film di Bud Spencer e Terence Hill in cui, nel pieno di una delle loro scene madri di cazzotti e schiaffoni, i due parlano tranquillamente mentre un delinquente continua a tirare “sgabellate” addosso a Bud Spencer:

Terence Hill: ehi, ma quello ti sta prendendo a sgabellate

Bud Spencer (come se nulla fosse): si, ma non è un cattivo ragazzo. Beh, adesso basta eh.

(I due Superpiedi Quasi Piatti)

A parte la comicità della scena, mi sono chiesta: ma quante sono le volte in cui io o amiche ci siamo trovate in situazioni in cui ci prendevano letteralmente a sgabellate e non abbiamo saputo dire semplicemente “Beh, adesso basta eh”? Quante volte abbiamo detto sì a riunioni programmate alle 7 di sera o abbiamo risposto a mail nel cuore della notte o in giorni di ferie perché se no chissà cosa poteva succedere?

Attenzione, non dico che sia sbagliato essere persone responsabili che sono a disposizione del team e dell’azienda quando ne hanno bisogno, ma c’è un limite e quel limite è la serenità nostra e delle persone che ci stanno accanto. Quando viene a mancare per un tempo patologico, bisogna che qualcosa cambi

E qui abbiamo almeno due opzioni, mi pare:

  1. Cambiare noi stesse: questa è in realtà a mio avviso la conditio sine qua non anche per l’opzione numero 2. Se non capisco nel profondo che le cose non vanno bene, che non sto bene, e non mi “ribello” allo status quo, non saprò mai uscire dalla fossa che sto contribuendo a scavarmi attorno. Il primo passo è darmi il tempo e lo spazio per riconoscere cosa va bene e cosa non va bene della mia situazione, sia per me che per le persone che mi stanno attorno. Magari posso usare una lavagna o un foglio di carta in cui riempire queste due colonne. A questo punto posso lavorare sulla colonna del “non va bene”, forte del fatto che ho la colonna accanto che mi ricorda per cosa vale la pena lottare. Ci sono alcune categorie di persone totalmente votate al sacrificio che pensano che lasciandosi fare del male non intaccheranno gli altri, ma non è vero: se qualcuno ci vuole bene, a lungo andare si logorerà altrettanto nel vederci soffrire. Quando si è una famiglia, bisogna sapere che è importante far star bene gli altri tanto quanto lo è stare bene noi, nel limite del possibile. Ecco, per alcune potrebbe essere sufficiente fare questo step interiore, ma se ciò non fosse, si può passare allo step numero 2.
  2. Cambiare le condizioni esterne: senza arrivare a gettare il cellulare aziendale nella fontana di Place de la Concorde per comunicare che ci siamo licenziate, magari si può trovare una via di mezzo. Si potrebbe innanzitutto provare a parlare con il nostro capo per stabilire come e quando applicare il nostro diritto alla disconnessione (per saperne di più si può leggere questo articolo dell’Huffington Post). Se ciò non funziona (soprattutto se magari abbiamo quel tipo di capo, magari donna, che non apprezza le mamme lavoratrici), possiamo provare a coinvolgere le risorse umane, ancora meglio se abbiamo l’appoggio di altri colleghi (che se poi sono anche uomini ancora meglio, per evitare l’effetto: mamma = rompiscatole). Se anche questo non funziona… forse il problema è nella vision aziendale e se non siamo Mosè che grazie alla sua fede è in grado di far aprire il Mar Rosso, forse vale la pena quantomeno di cercare un altro lavoro. Certo lo so, non sempre tutto ciò è possibile. Per chi come me è un imprenditore oppure un lavoratore autonomo, o magari ha un contratto precario, non sempre la scelta è ampia e variegata. E poi ci sono momenti nella vita in cui ci viene richiesto o sentiamo la necessità di richiedere a noi stessi e al nostro team un particolare sacrificio, ma, appunto: deve essere temporaneo. Devo sapere che non è una cosa né buona né giusta ma che in questo momento vale il sacrificio. Se diventa la regola, il problema è profondo e va affrontato con coraggio. Dobbiamo ripeterci che non è vero che non abbiamo scelta, anche se a volte la scelta che abbiamo davanti è più difficile che per altri. Chiediamo il sostegno di amici e familiari in questo, perché non sentirsi soli davanti alle scelte difficili può darci molta forza e speranza. 
  3. Cambiare gli altri: scherzetto! Lo sappiamo che non c’è un’opzione 3 “Cambiare gli altri”…. vero?! :))
Mamager

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