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Seneca per mamme e professioniste: sulla via della felicità - 2/50 autori - Mamager
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Seneca – 2/50

Seneca – 2/50

Devo ammettere che tra tutti gli autori del liceo, Seneca è uno di quelli che mi sono rimasti più nel cuore. Lo avevo studiato sia durante le ore di latino che in filosofia — e sì, in latino è ancora meglio. Di quello che ho imparato, ricordo poco (la mia memoria fa acqua da sempre!), ma rileggendolo oggi mi accorgo di aver interiorizzato molto di più. Oggi ho scelto di concentrarmi su De vita beata soprattutto per due motivi: le sue riflessioni sull’importanza del tempo, non come risorsa da gestire ma come “luogo” da abitare, e quelle sulla felicità come esito di un cammino virtuoso.

Due temi universali. E, forse proprio per questo, più attuali che mai.

Il primo punto che mi ha colpita, rileggendolo, è la centralità che l’autore dà alla libertà interiore come condizione necessaria per la felicità. Per Seneca, da buon stoico, questa libertà si manifesta nella capacità di non essere turbati da nulla: una sorta di impassibilità, che ci mantiene saldi qualunque cosa accada. Personalmente, credo che questa visione, pur affascinante, sia solo una parte del quadro. Per me, libertà interiore significa piuttosto saper guardare la realtà con lucidità e assaporarla per quella che è, cosa che implica la necessità di proteggersi dal diventare schiavi di qualcosa o qualcuno. È quella condizione che ti permette di guardare con la maggior onestà intellettuale possibile alle cose, di rispettarle e di amarle per quello che sono.

Il secondo punto che mi ha fatto riflettere è: come trovare la felicità mentre si lotta con il mondo e con la storia? La domanda mi sembra più attuale che mai. Viviamo un tempo ferito: segnato da guerre, incertezze politiche, precarietà economica. E, più di tutto, da un individualismo che ci illude che bastare a noi stessi sia l’unico modo per vivere tranquilli e sereni (che è comunque tutt’altro dal più profondo concetto di “autarchia” di Seneca)… Sì, ma felici?

Prima di tutto, l’esperienza – personale o altrui – ci insegna quanto poco spesso (per usare un eufemismo) la solitudine si accompagni alla felicità. E per solitudine non intendo affatto la capacità di stare con se stessi e di rientrare in se stessi: questi sono momenti che proprio perché ci permettono di attingere alle profondità dell’umanità che è in noi, ci permettono di entrare ancora più in relazione con gli altri. Parlo della solitudine tragica di chi non ha nessuno che li ascolti, di chi si chiude nelle proprie mura interiori senza lasciar mai entrare l’altro, di chi respinge per non essere respinto, e così via. E già mi sto addentrando in un cammino scivoloso, perché oggi sembra quasi disdicevole mettere al centro la relazione – quella vera, che mette al centro l’altro e cerca sinceramente il suo bene – e non – come direbbe un mio amico “il mio ombelico”, i miei bisogni, i miei obiettivi.

Secondo: un conto è essere “sereni”, “tranquilli”, “rilassati” e forse questi stati d’animo sono anche in parte nutrimento della felicità. Ma personalmente aspiro a qualcosa di più di questo: ad una gioia profonda e pervasiva, che mette radici che le permettano di prosperare anche quando arrivano le difficoltà, i disagi e – sì, perché per quanto lo rifuggiamo, in parte arriva per tutti – il dolore. Ma anche questo concetto sembra essere oggi un po’ “fuori luogo”. Sì perché per essere “sereni”, “tranquilli”, “rilassati” basta un (ormai nemmeno più tanto “bel”) film, un bicchiere (o due, o tre..) di vino, un bel viaggio alle Maldive ma low cost (si fa per dire) come hanno fatto quegli influencer là… Insomma: basta spendere qualche soldino. Ma la gioia, quella vera, quella che non compro su Amazon, dove la trovo? Come la coltivo? Vediamo se Seneca ci può aiutare un po’ anche su questo, più avanti.

Chiudo il paragrafo con un proverbio di cui ignoro l’origine ma che mi ha sempre colpita e che dice:

“Tempi duri generano uomini forti, uomini forti generano tempi felici, tempi felici generano uomini deboli, uomini deboli generano tempi duri”.

Speriamo di non stare vivendo nell’ultimo verso di questo ritornello.

Ma allora, per tornare a noi, dovremmo solo deprimerci e gettare la spugna? Noi che non ci arrendiamo al tranello: “Se è tutto così difficile, tanto vale farmi i fatti miei”? Già perché penso che chi cerca o sceglie di avere una famiglia e nel frattempo mettere il cuore anche in una professione che può dare qualcosa a noi e al mondo, non si riconosca in questa visione del mondo disfattista. E allora come fare? Vediamo cosa ci consiglia Seneca.

Primo: per essere felici, dobbiamo sapere dove vogliamo andare. Seneca dipinge la felicità come una tensione: verso un bene, una direzione, una mèta. E solo se individuiamo l’obiettivo, possiamo scegliere la via migliore per raggiungerlo. Ma individuarlo non è tanto facile e questo spiega perché a tante persone – e magari a volte anche a noi – capita di sentirsi “perse” nel cammino. E proprio per questo arriva il secondo suggerimento: non fare tutto questo da solo! Trovare una guida, qualcuno che abbia già percorso quella strada, può fare la differenza tra una corsa a vuoto e una che taglia il traguardo.

Certo, dobbiamo mettere in conto che cercare la propria strada significa anche – molto probabilmente – non seguire “come pecore il gregge di chi ci precede”, perché in questo caso ci troveremmo ad andare non tanto dove vogliamo ma piuttosto dove vanno tutti gli altri. Solo su questo concetto varrebbe la pena di stare per anni (o per secoli…!). Però, vale la pena riflettere sul fatto che per quanto non sia sempre vero che dove vanno tutti gli altri sia per forza la méta sbagliata, è piuttosto intuibile che se voglio arrivare dove gli altri non arrivano dovrò seguire una strada diversa.

Una domanda che mi porto dentro è proprio questa: dove voglio andare? Dove arde il mio cuore? Quale strada – magari mai battuta – voglio percorrere? E chi può aiutarmi a restare in cammino anche quando la strada si fa buia, quando tutto sembra mettersi contro?

Seneca dice anche che per restare sulla retta via non è sufficiente provarci e sperare che tutto vada per il verso giusto. Sappiamo bene come la vita ci metta spesso – ma potremmo dire sempre! – alla prova. Così, esattamente come in una scalata vorremmo avere nello zaino ramponi, corde, chiodi, ma anche mani, muscoli, testa e cuore, ecco che ci vengono in aiuto una serie di strumenti. Mutatis mutandis (che – no, per chi se lo stesse ancora chiedendo dalle superiori – non significa “Cambiare le mutande!”) parliamo delle virtù. E siccome anche questi sono concetti un po’ fuori moda – quantomeno quando non sono applicati al business – , nominiamone qualcuna: l’onestà, la coerenza, la moderazione, l’ordine, la generosità, la grandezza d’animo.

Trovo che troppo spesso le virtù ci siano state presentate come una gabbia un po’ moralista e come qualcosa che – diciamocelo – magari ti fa essere una gran brava persona ma con una vita di una noia stratosferica. Seneca, invece, ce le propone un po’ come “cartelli stradali”, strumenti che ci aiutano a riconoscere il vero bene, anche quando non è immediatamente evidente, magari perché non si propone subito come qualcosa di piacevole.

E quante volte facciamo scelte più per ottenere un immediato piacere piuttosto che per un bene più grande ma geolocalizzato nel futuro o fuori da noi. E qui potremmo fare mille esempi: dal pensare a come sarò in forma tra tre mesi se oggi (e domani,…) metto al primo posto la mia salute invece che mangiarmi quel discretissimo chilo e mezzo di carbonara, così come – se sono un imprenditore o un manager – potrei scegliere di investire la risorsa più importante in circolazione – il tempo – a dialogare con le mie persone e comprendere a fondo i loro bisogni, piuttosto che agire solo in base al mio pensiero.

E il punto è qui. Se mi concentro sulla rinuncia di oggi (il chilo e mezzo di carbonara, il mio prezioso tempo) mi dimentico che in realtà, se oggi mi comporto in un modo, sto comunque rinunciando a qualcosa: alla versione migliore di me che potrei essere se scegliessi in modo diverso. È sempre e comunque una scelta nelle mie mani, solo che a volte – spesso? – decido di non volerlo vedere.

Forse la difficoltà è riuscire a trovare il modo – come suggerisce Seneca – di far sì che il piacere non venga esaltato come unico e massimo bene desiderabile, ma invece diventi “compagno e non guida di una retta volontà”. 

Ed è qui che ci vengono in aiuto le virtù: come strumenti e muscoli di una volontà che non solo sa scegliere il bene più alto, ma che sa anche mettere in campo le risorse e trovare le giuste strade per perseguirlo e ottenerlo. E in questo cammino, perché no, il piacere può essere nostro compagno, purché non diventi una condizione necessaria o – peggio – l’unico obiettivo. In questo caso, il rischio di deviare e perderci per strada attirati dall’intenso profumo del piacere, potrebbe diventare un po’ come il pericolosissimo canto delle Sirene: bello, sì, ma anche un po’ letale.

Se è vero – e mi ritrovo con Seneca – che una vita felice è frutto di molte virtù che ci aiutano a rimanere saldi a prescindere da quello che accade, devo dire che mi ritrovo molto in questa riflessione. Se infatti la volontà si fortifica grazie alla virtù e può portarci all’ambita meta della felicità, la debolezza può portarci sul versante opposto, che passa dall’infelicità, alla solitudine, fino alla cattiveria vera e propria.

Anche questa trovo che sia una riflessione molto attuale. Personalmente, mi è capitato più di una volta, di fronte al modo di comportarsi di un leader non proprio encomiabile, di pensare che quelle azioni – aggressive, ingiuste, spesso anche inutili – in cui non mi riconoscevo derivassero dall’insicurezza, dalla paura di quel giudizio che quelle stesse azioni in realtà contribuivano a creare. 

E qui arriva uno di quelli che considero tra i nodi più difficili da sciogliere. Seneca ci ha accompagnati in un percorso di approfondimento su come identificare la felicità e perseguirla attraverso una volontà rafforzata dalle virtù, per aiutarci a non sbagliare strada durante il percorso. Ma sbagliare strada può significare – a volte – anche qualcosa di più subdolo: magari non è cercare proprio l’opposto del bene, ma semplicemente fingere di cercarlo. E questo è uno dei grandi mali di sempre della società: l’ipocrisia.

Se vogliamo metterla in positivo (e vogliamo!), parliamo della coerenza. Penso che tutti sappiamo, e lo stesso Seneca lo sapeva, quanto possa essere difficile passare dalle parole ai fatti quando si prova ad andare al di là “del proprio ombelico”. Il più grande scoglio nello scrivere questo articolo per me è stato proprio questo: come faccio a parlare di virtù, quando ogni giorno mi scontro con la difficoltà titanica di mettere tutto questo in pratica?

Anche a Seneca, già in vita, è stato rinfacciato di parlare in un modo e di agire in un altro e, da parte sua, sembra chiudere la questione con quello che i miei figli definirebbero un “dissing”: “la verità è che vi fa comodo se non ne risulta buono neanche uno perché vi sembra che la virtù degli altri rinfacci le colpe anche a voi”.

E in effetti… quante volte è successo che una persona molto buona venisse odiata, semplicemente perché faceva risaltare le mancanze altrui?

Eppure, non credo sia questa la risposta finale — se mai ne esiste una. Credo che, nonostante tutto, resistere nel tentativo – in buona fede – di essere coerenti sia un impegno essenziale. E la verità è che questa sfida la viviamo tutti i giorni, in coda al supermercato, al telefono con l’ennesimo call center… per non parlare dei nostri figli! I miei si affacciano all’adolescenza — quella fase in cui, pare, smetteranno di parlarmi per anni (e io già soffro in anticipo, anche se ancora non è successo!!). Ma già oggi mi accorgo di quanto conti che le mie parole siano sostenute dai fatti. O — ancora meglio — che i fatti parlino da soli. “Metti in ordine la stanza.” “Lavati i denti per almeno due minuti.” “Non perdere ore a scrollare stupidaggini sui social.” “Basta dolci!”

Ogni volta che pronuncio una di queste frasi, dentro di me si accende una domanda: “….e io…lo faccio?!”

E se penso al lavoro, non è diverso. Quante volte è difficile conciliare le esigenze del business con il bene delle persone. Quante volte sarebbe più comodo (e apparentemente più efficace) mettere davanti a tutto il proprio interesse.

Eppure, credo sia qui la chiave per essere un buon imprenditore, come un buon genitore: ricordarci che siamo qui per servire e non il contrario. Che si tratti di educare, di dirigere un’azienda, o semplicemente di accompagnare qualcuno nel suo cammino… la domanda resta la stessa: sto dando il meglio di me, o sto solo proteggendo me stessa?

Rileggere Seneca mi aiuta a ricordarmi questo. E no, l’imperfezione non è una scusa per tirarsi indietro. Non dovrebbe mai diventarlo. Né dovrebbe esserlo quella vergogna silenziosa che a volte ci prende quando vediamo chiaramente le nostre incoerenze. L’obiettivo non è essere perfetti. È provarci. Ogni giorno un po’ di più. Anche quando non ci riusciamo del tutto. (E mentre scrivo, come direbbe Troisi in “Non ci resta che piangere”, mi dico da sola… “Mo’, me lo segno proprio!”).

E forse, proprio questo può diventare una risorsa anche per i nostri figli — e per i nostri collaboratori. Far vedere che non siamo perfetti, ma che siamo disposti a “comprometterci” ogni giorno per dare il meglio di noi. Che ci proviamo. Anche quando sbagliamo.

Come dice Seneca:

“Chi si prefiggerà questi obiettivi, desidererà raggiungerli e farà tutto il possibile, percorrerà la strada che porta al cielo e, anche se non conquisterà la vetta, tuttavia sarà caduto nel mezzo di una grande impresa.”

Ecco allora, alla fine di questa breve discesa e risalita nei pensieri di Seneca, qualche domanda che sento che questa lettura mi sta aiutando a pormi — e che forse possono accompagnare anche te:

Possiedo i miei beni (i miei beni materiali, ma anche le mie sicurezze, le mie emozioni, i miei bisogni)… o loro possiedono me?

Sto tentando nel mio piccolo di allenare i muscoli delle virtù per avere quella libertà interiore che mi permettere di aprirmi alla felicità, quella vera?

E soprattutto: so dove voglio andare, cosa mi rende felice, e sono disposta a intraprendere il cammino – per quanto difficile possa essere – per arrivarci, rimanendo fedele a me stessa?

Lucio Anneo Seneca nasce nel 4 a.C. a Cordova, in Spagna, ma vive a Roma, dove diventa uno dei più noti filosofi stoici dell’epoca imperiale. Fu precettore di Nerone (con esiti, ahimè, non proprio ottimali) e autore di molte opere tra cui lettere, trattati filosofici e tragedie. Tra queste, il De vita beata (“Sulla vita felice”, ma spesso tradotto in “Sulla felicità”) è un piccolo trattato, scritto intorno al 58 d.C., che affronta in modo diretto una domanda che non passa mai di moda: come vivere una vita felice?

NB: la citazione in grafica è una mia personale rielaborazione del concetto approfondito da Seneca nel primo capitolo del De vita beata, con espressioni come “Soprattutto bisogna fare attenzione a non seguire, come pecore, il gregge che ci precede, perché non si va dove si deve andare, si va dove vanno tutti”.

Mamager
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