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Resilienza – Mamager
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Resilienza

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Resilienza

La virtù dei forti

Non so te, ma la prima volta che ho letto questa parola nell’indice degli argomenti di una formazione lavorativa, ho pensato: ecc’allà!, l’ennesima moda dei nomi. Come per l’assertività, infatti, anche la resilienza è un concetto di cui è imprescindibile parlare in qualsiasi contesto, specialmente quello lavorativo. Ma, in questo caso, penso che si tratti di un concetto profondamente radicato nell’attualità. Avete mai sentito il detto: 

Tempi avversi creano uomini forti. Uomini forti creano tempi tranquilli. Tempi tranquilli creano uomini deboli. Uomini deboli creano tempi avversi?

Non so dire se sia qualcosa che si applichi necessariamente all’intera umanità o solo a qualche singolo, soprattutto nelle due frasi finali, ma sono piuttosto d’accordo sull’incipit: la vera forza deriva dal sapere resistere alle avversità, rispondendo e rilanciando in modo positivo nonostante le difficoltà che la vita ci pone. Ecco, questa è la resilienza e ora non ti annoierò a morte tendando di spiegarti le mille sfumature che questo concetto, tratto dalla scienza dei materiali, abbia in ogni campo di applicazione, perché non è proprio il mio! Vorrei però condividere con te una riflessione su come investire sulla resilienza possa essere estremamente utile nella nostra vita di tutti i giorni e in quel frullatore di emozioni e fatica che è la ricerca di equilibrio tra professione e famiglia.  

Perché la resilienza ha molto a che fare con il fallimento

Ba-ba-ba-baaam. Ecco, pensare al fallimento per me significa sentire quelle famose quattro note della 5a di Beethoven, immaginando un colossale tonfo (anche piuttosto doloroso) sullo sfortunato di-dietro. E credo di non discostarmi troppo dalla realtà dicendo che è proprio il tipo di immaginario che almeno in Italia impariamo sin dalla più tenera età, come se ogni errore che commettiamo in qualche modo definisse la nostra vita. E, se vogliamo, è proprio così. Ma che quell’errore definisca in modo negativo oppure positivo il corso del futuro, beh quello sta a noi deciderlo. 

Un uomo dovrebbe riconoscere le sue sconfitte garbatamente così come festeggia le sue vittorie, Max. Col tempo vedrai che un uomo non impara niente quando vince. Perdere invece può condurre a grande saggezza. Il nocciolo della quale poi è quanto sia più gradevole vincere. È inevitabile perdere di tanto in tanto… il trucco è che non diventi un’abitudine.

(Un’ottima annata)

Come reagiamo al fallimento ha molto a che fare con il nostro ego e con quanto ci prendiamo sul serio. Certo, alcuni fallimenti sono peggiori di altri, ma se li mettiamo a confronto con l’insieme delle cose, forse anche a noi, come a Jough Grant in Notting Hill, verrà da pensare che non è poi così drammatico se hanno pubblicato delle foto imbarazzanti di Julia Roberts in tutti i magazine del mondo, perché alla fine “I giornali di oggi serviranno a foderare le pattumiere di domani!”. Insomma, per quanto grave possa essere un errore, tendenzialmente si può trovare una soluzione e magari provare a metterlo a confronto con quanto è veramente rilevante per capire se vale o meno la pena di rimuginarci fino alla morte. 

E allora, che fare? Come reagire al fallimento? Probabilmente la via più diretta è quella di perdonarci. Difficilisssssima. Ma cruciale. Se impariamo a perdonarci i fallimenti, saremo in grado di liberarci della loro tossicità nella nostra vita e di andare avanti. Viceversa, se ci crogioliamo nel male che il fallimento ci ha causato, resteremo invischiati in una sorta di sabbie mobili che inevitabilmente ci porteranno sempre più giù. 

Ma soprattutto, penso che se c’è una cosa che possiamo apprezzare della cultura giapponese, oltre chiaramente al ben noto sushi, è la loro capacità di leggere gli intoppi e i fallimenti come un’opportunità. La chiave è smettere di leggere il successo nella vita come assenza di errori, ma come capacità di trarre da quegli errori gli insegnamenti necessari per migliorarsi e incidere positivamente sulla propria vita e sul proprio futuro. 

I nemici della resilienza

Ce ne sono parecchi, a cominciare dalla pigrizia, ma tra i più pericolosi penso ci siano i seguenti:

  1. Gli imprevisti. Fanno parte della nostra quotidianità di madri e professioniste più o meno quanto l’ossigeno e il ritardo cronico, ecco perché, se gestiti male, possono diventare davvero letali. Come combatterli dunque? Queste sono alcune dritte che ho trovato veramente interessanti: innanzitutto distingui tra gli imprevisti che riguardano qualcosa di veramente importante e urgente legato ai tuoi obiettivi, oppure se si tratta di qualcosa di scarso valore per te. Se il caso è il primo andrà gestito subito e in prima persona. Viceversa, se è il secondo, cerca di capire innanzitutto se devi per forza occupartene tu o se puoi affidarne la risoluzione a qualcun altro. Se invece devi occupartene tu senza via di scampo, stabilisci se puoi farlo più tardi e quindi rimandarlo o se devi risolverlo in quel preciso momento. Sembra scontato, ma a volte gestiamo l’imprevisto necessariamente come qualcosa di irrimandabile, ma non è detto che lo sia. Infine, ci sono imprevisti veri e imprevisti “farlocchi”, ovvero intoppi che si potevano prevedere: a bocce ferme cerca di capire se l’imprevisto in questione rientra nella prima o nella seconda categoria e, in quest’ultimo caso, fai tesoro dell’esperienza per le prossime volte. In generale, un piccolo consiglio che vale quasi sempre: metti un cuscinetto di tempo, un buffer, tra un’attività e l’altra della tua giornata, in questo modo potrai sempre utilizzarlo per eventuali situazioni estemporanee senza che la giornata accumuli un ritardo dopo l’altro.
  2. Il vittimismo. Quante volte (al giorno?) ci capita di pensare: “ma perché proprio a meeee?!?”. Per quanto consolatorio possa sembrare crogiolarsi nel vittimismo, è una certezza scientifica che questo nuoccia gravemente alla salute, in quanto ogni volta che un vittimista si sveglia, un suo neurone muore. Letteralmente. Sì, perché quando ne facciamo uso, come per alcool e droghe, e quando siamo il ricevitore dello sproloquio del vittimista seriale (tipo fumo passivo) si spegne una parte del cervello, in questo caso quella preposta al problem solving, che proprio quella che ci servirebbe per risolvere la situazione che ci è capitata. Insomma: un pianterello ogni tanto per sfogare il dispiacere può pure starci, purché ci rimettiamo subito all’opera per trovare la soluzione, assumendoci la responsabilità di come andranno le cose. Segnalo un interessante approfondimento sul vittimismo sul blog EfficaceMente di Andrea Giuliodori, che seguo da tantissimi anni e che vi straconsiglio. 
  3. Il perfezionismo. Servirebbe un secolo, e forse neanche basterebbe, per approfondire il male della società che è il perfezionismo, tra l’altro particolarmente in voga tra noi donne, soprattutto le “mamager”. Come ogni amore atrocemente desiderato perché impossibile, anche la perfezione ha il suo lato di romanticismo: è una sorta di forza che ci spinge a dare sempre di più noi stesse, ma poi ci attanaglia facendoci sentire meno di niente. Non ho la presunzione di risolvere il problema in poche righe, anzi, ma un mantra che mi aiuta a scrollare le spalle un po’ più spesso è quello che mi ha ripetuto spesso mio papà: “Il meglio è nemico del bene”. Ovvero: comincia con poco, punta all’obiettivo e fai un passo alla volta. Fai il meglio che puoi, ma se non è perfetto: amen.
Perché la resilienza ha molto a che fare con l’autostima

Eh già, l’autostima, uno sguardo obiettivo e amorevole verso se stessi. Non sempre e non per tutti è qualcosa di semplice da raggiungere (specialmente per i perfezionisti), ma per resistere alle avversità della vita senza cedere al crollo, sapersi in grado di affrontare le difficoltà uscendone più forti (e vivi soprattutto) è piuttosto cruciale. Peraltro, è anche un circolo virtuoso: se mi sento in grado di affrontare un problema, lo affronterò con positività uscendone probabilmente vincente, il che aumenterà la mia autostima. 

Ecco perché è particolarmente importante impegnarci perché le persone intorno a noi, soprattutto quelli che dipendono da noi (figli, ma anche collaboratori e colleghi), sviluppino e mantengano una sana autostima. Come fare? Anche qui, se ci fosse la ricetta pronta di Benedetta, la stamperei subito! Però alcuni spunti possono essere questi:

  • Assegna alle altre persone compiti che siano in grado di portare a termine con sempre maggiore autonomia, finché potrai delegare loro la totale realizzazione. Questo li farà sentire in grado di gestire situazioni sempre più complesse e con migliori risultati. (spunti sulla delega qui)
  • Per quanto in ognuno di noi (noi per prime) ci sia molto da migliorare, cerca di partire sempre dagli aspetti positivi del comportamento di una persona, prima di passare in rassegna tutto quello che non va. Metterai l’interlocutore in una posizione di apertura, in grado quindi di accettare un consiglio anche quando non è richiesto o necessariamente gradito.
  • No all’iper-critica. Ripeto: NO all’iper-critica. Altro mantra che io dovrei stampare e incollarmi in fronte ogni mattina. Per chi è campione olimpionico di auto-critica è importante sapere che come trattiamo noi stessi trattiamo spesso anche gli altri. Se è proprio necessario che facciamo una critica, cerchiamo di essere più indulgenti, di guardare all’altra persona con benevolenza (soprattutto se sono i nostri figli!) e di essere costruttivi. La critica fine a se stessa è peggio di una fucilata per chi la riceve: deponiamo le armi.
Come trasferire tutto questo nella vita di ogni giorno

Come essere resilienti, resistenti e tonici, nella vita di tutti i giorni, cioè anche quella che da un anno e passa ci tiene inchiodati in casa, magari pure minuscola e senza balcone, a impazzire dietro a DAD, smart working e nuovi social network che spuntano come funghi? È una di quelle domande da un milione di dollari (che poi, sinceramente, dopo un anno di covid il milione forse forse lo spenderei per comprare una villa su un’isola deserta con camerieri inclusi..). 

La mia risposta è una piccola sintesi di quello che abbiamo visto finora, qualche breve spunto pratico che spero possa essere utile:

  1. Datti sempre degli obiettivi, ma non vaghi e irraggiungibili: devono essere chiari, specifici e soprattutto realistici. Magari con l’asticella lievemente sopra quello che pensi di poter ottenere, ma giusto per non cedere alla pigrizia.
  2. Cerca alleati nei tuoi obiettivi. C’è di buono che mediamente la nostra vita non si esaurisce in traversate oceaniche in solitaria con la compagnia di una sola boccetta di Chanel n. 5 (che il 5 maggio ha compiuto 100 anni, tra l’altro). Chiediamo aiuto: al marito, ai genitori, ai figli, ai colleghi, perché no: al superiore. Puntiamo sempre a lavorare di squadra se vogliamo andare lontano. 
  3. Se fallisci… ripassa dal via e rileggi l’inizio dell’articolo!
  4. Se insorge una difficoltà o un imprevisto, non fare i capricci, ma fatti domande: accendi il problem solver che è in te. Ne uscirai, prima o poi, e la tua autostima ti ringrazierà.
  5. Concentrati sempre sul progresso e non sul risultato: ricorda, il meglio è nemico del bene.

E buona resilienza!

Mamager
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