Top
Il desiderio – Mamager
fade
3342
post-template-default,single,single-post,postid-3342,single-format-standard,eltd-core-1.2.1,flow-ver-1.7,,eltd-smooth-page-transitions,ajax,eltd-blog-installed,page-template-blog-standard,eltd-header-standard,eltd-fixed-on-scroll,eltd-default-mobile-header,eltd-sticky-up-mobile-header,eltd-dropdown-default,wpb-js-composer js-comp-ver-6.4.2,vc_responsive

Il desiderio

Il desiderio

Dove tutto ebbe inizio

Anni fa, durante una lezione universitaria, uno dei docenti ci chiese di scrivere su tre foglietti i desideri più grandi del nostro cuore. Non li ricordo tutti, ma uno è bene impresso nella mia memoria. Nel primo foglietto, infatti, avevo scritto: “Conciliare una professione che mi soddisfi con una bella famiglia”. Lo ricordo come se fosse ieri. Vengo da una famiglia unita e numerosa e ho sempre desiderato trovare l’uomo della mia vita e avere dei figli. Ma da sempre ho anche avuto la forte convinzione che non sarei stata una persona felice senza un lavoro che mi permettesse di mettere a frutto quello che avevo studiato e le mie potenzialità. 

Due imprese titaniche

L’università in questione, mi ha permesso di iniziare entrambe queste strade: ho conosciuto quello che sarebbe diventato mio marito, il padre dei miei figli, ma anche il mio migliore amico e socio, perché insieme abbiamo avviato la nostra attività. Ripensandoci, solo due entusiasti (e folli?!…) come noi avrebbero potuto fondare la propria società nello stesso momento in cui hanno saputo di aspettare il primo figlio. 

Si tratta di due imprese titaniche già di per sé estreme prese singolarmente, figuriamoci se si sovrappongono. E i primi anni sono stati veramente impegnativi (ma mi hanno insegnato la resilienza!). Ma a guardare indietro ora, come direbbe Steve Jobs, comincio ad unire i puntini e a scoprire quanto certe esperienze, anche quelle che ci hanno messo più a dura prova, abbiano in realtà arricchito il nostro e il mio modo di pensare e di essere. 

Il mondo del lavoro per una donna

Pur avendo avuto una mamma lavoratrice, anche a livelli manageriali, ho sempre “letto” dall’esterno il mondo del lavoro come diviso in due grossi fronti avversi: da un lato la professione come “stato sovrano”, magari anche ricco e sfarzoso, che governa la vita di una persona senza ammettere distrazioni o cedimenti, dall’altro il lavoro come una sorta di “oggetto”, più o meno interessante, ma più che altro funzionale a rendere sostenibile il resto della vita. Almeno, così mi è sempre parso il mondo del lavoro per una donna. Per questo mi sono sempre chiesta se fosse possibile che, invece, vita personale e  lavorativa potessero convivere come due facce della stessa medaglia, come due braccia allenate e alleate a ottenere lo stesso obiettivo: la piena realizzazione di una persona – di una donna – e, in definitiva, la sua felicità. 

In questi primi dieci anni di lavoro, mi sono imbattuta in diverse tipologie di donna professionista: la manager single completamente incentrata sulla carriera, la professionista di livello che ha lasciato tutto per diventare mamma a tempo pieno, la dirigente brillante che aspetta la promozione per potersi fare una famiglia visto che poi sa già che non avrà più scatti di carriera, la giovane impiegata messa da parte perché neomamma, la mamma professionista che fa i giochi di prestigio per tenere tutto insieme, e chi più ne ha più ne metta. Molto raramente, però, ho visto donne manager con posizioni di responsabilità effettivamente meritate, che fossero anche mamme e mogli felici e premurose, preparate ma sempre accoglienti. Sarà per questo che ho sviluppato sempre più la convinzione che essere felici in entrambi i ruoli della propria vita di mamma professionista sia più un traguardo che uno status, e che sia, forse, un traguardo per poche. 

Un’ottima soluzione

Oggi però la vedo diversamente. Penso infatti che non sia più un fatto di mettere in equilibrio due piatti di una bilancia, ma piuttosto di far sì che due ingredienti si miscelino per ottenere un’ottima soluzione. Come farlo? Beh, se lo sapessi non sarei qui a domandarmelo! Scherzi a parte, mi piacerebbe che questo blog fosse proprio questo: un luogo di esplorazione dei diversi punti di connessione e interscambio tra la vita familiare e quella lavorativa, come un circolo virtuoso che più si alimenta e più migliora ogni ambito che lo compone. È un percorso, una via forse in salita, ma mi piacerebbe farlo e non farlo da sola, ma con altre donne che abbiano voglia di mettersi in gioco insieme a me attraverso l’interscambio che vorrei che fosse questo blog.

Non ho certo l’ambizione di essere la prima a voler approcciare questo ambito. In molte ne hanno già parlato e un esempio a mio avviso spartiacque è stato quello di MAAM, ossia “Maternity As A Master”. L’idea semplice quanto innovativa di Riccarda Zezza è stata quella di svelare al mondo come la maternità sia in realtà una palestra di leadership, che rende le neo-mamme ancora più inclini all’efficacia e al successo lavorativi invece che costringerle nell’immaginario collettivo come donne all’ultimo stadio di una malattia terminale per la propria professione. Tuttavia, credo che l’approccio di MAAM abbia un forte limite, quello in cui noi donne spesso cadiamo senza rendercene conto: la difensiva, l’escusatio non petita. Ma credo che la responsabilità di questo sia della società in cui viviamo che ha portato alle estreme conseguenze un individualismo e capitalismo sfrenato dove interessa solo il profitto a tutti i costi e le persone sono “oggetti” utili a qualche fine più che altro economico. Quale società è infatti così malata da farci chiedere scusa di essere mamme per dimostrare che siamo comunque delle ottime manager che producono efficacia anche se facciamo un altro – forse il più grande – servizio alla società, che è quello di far nascere, nutrire e crescere gli adulti di domani? La nostra, direi. Ma non è tutto così nero. Oggi, anche grazie alla rivoluzione copernicana che è stata generata dalla pandemia, sta nascendo un nuovo movimento di sostenibilità su tutti i fronti, non solo nel rispetto del pianeta (che è fondamentale per la salute nostra e dei nostri figli!), ma anche e soprattutto nel rispetto dell’essere umano come persona. È un cammino lungo, ma per lo meno lo abbiamo cominciato. 

Mamager

Anche per questo è nato Mamager, con l’obiettivo di dare un contributo a questo dibattito in modo totalmente personale, come mamma e professionista che vive questa rivoluzione con realistica speranza. Rispetto a MAAM, però, quello di cui mi piacerebbe parlare è il viaggio inverso delle competenze, ossia non solo quelle che portano beneficio dalla mamma alla professionista, ma anche il contrario: quello che il management può insegnare alla vita familiare

Proprio in un’ottica di “miscela” della vita familiare e professionale, penso realmente che ogni ambito della vita possa insegnare qualcosa di importante all’altra parte. Mi sono fatta persuasa – come direbbe Montalbano – che noi donne potremmo essere realmente più serene e soddisfatte se accettassimo di non essere “uno, nessuno e centomila”, schizofreniche e divise in ambiti separati da mura di cemento, ma bensì un bellissimo pianeta sferico e accogliente in cui le competenze e le esperienze si intersecano come in un flusso d’acqua senza argini. 

E allora ecco qui “Mamager” (nome coniato da mia figlia e per questo per me perfetto e bellissimo!), dove la Mam-ma e la MaNager si incontrano, e possono concedersi di essere la stessa persona in modo pacifico e naturale. Forse è una sfida ambiziosa, ma penso che valga la pena provare. Insieme, come noi donne siamo davvero brave a fare.

Mamager
No Comments

Post a Comment